C’era una volta a Montemarcello: gli anni prima della guerra – 2a parte

(La prima parte del racconto è stata pubblicata il 18.09.2012)

Nelle radiose giornate di sole, la passeggiata d’obbligo diventava il giro di Via Paganin, praticamente dalla porta (lato Ameglia), giro attorno al paese lato nord-ovest, sino alle scuole.
La sera le strade si popolavano, non c’era la televisione, pochissime le radio: la vita era fuori, la sera, la veglia, ci si sedeva sulle panche di marmo (ce ne sono ancora parecchie oggi per le stradine del borgo). In piazza di panche ce n’era una sola, quella contro il muro del palazzo dei Magni, ragione per cui non bastava, allora ognuno portava una seggiola (o una piccola panca o sgabello in legno, allora usavano molto) dalla vicina abitazione; e si stava lì, le donne ciarlavano, gli uomini si facevano la loro fumata, i ragazzi il loro.. casino vociando, urlando, correndo per le viuzze circostanti, molestando le ragazzine. Dalla vicina osteria filtrava un acuto lezzo di vino e di tabacco, oltre le urla (e, sovente, qualche moccolo) dei giocatori del tresette.

foto piazza
All’inizio dell’estate ogni anno, per gli abitanti del mio ‘quartiere’ si verificava l’evento di una speciale veglia notturna, che si protraeva per almeno un paio di giorni. La Giovanna e suo marito, Nicolin il serrese, i contadini della tenuta dei Magni (di cui il mio nonno era fattore), ricoprivano di grossi teli cerati il suolo in cemento di un largo vicino la loro casa, lungo la via Guardiola; riversavano sui teli un quindici-venti grosse ceste (pagnee) di pannocchie di granturco, ben secche ma ancora rivestite del loro involucro costituito dalle brattee che avvolgono e proteggono la pannocchia. Alla possente luce di una grossa lampada munita di un lungo filo che si dipartiva da una presa di corrente nella vicina cantina di mio nonno, in dodici-quindici persone, in gran parte anziani e bambini, ci si disponeva attorno al mucchio, seduti per terra sui teli o su basse seggiole o panche e si iniziava a lavorare. Un primo gruppo di persone procedeva allo scartocciamento della pannocchia, cioè a liberarla dall’involucro delle bràttee secche che la avvolgevano. Le pannocchie così ‘denudate’ passavano ai lavoranti del secondo gruppo, ognuno di loro armato di un puntelo. Cos’era il puntelo? Un robusto stecco, dello spessore di un dito, ricavato da un rametto di stipa (erica), appuntito da una parte, col quale si incidevano due o tre file di chicchi di granturco (doveva essere ben secco) sulla pannocchia. Si formavano così su questa alcune scanalature: stringendo la pannocchia incisa tra le dita e girando le mani con perizia, queste scanalature favorivano il distacco dal pitoccio (l’anima legnosa della pannocchia) delle restanti fila di granuli. Il granturco in chicchi veniva raccolto ed insaccato; la parte appuntita dei pitocci veniva utilizzata per fare tappi per i fiaschi di vino, il resto del duro stelo veniva accatastato in un campo e bruciato per fare cenere, che serviva da concime. E gli scartocci, cioè la parte fogliare secca eliminata prima? Serviva anche quella, una volta: per riempire sacconi e farne morbidi e salutari materassi.
Nelle serate d’inverno la musica cambiava. Erano, allora, le case con la cucina più ampia e meglio riscaldata (una poderosa stufa o un bel caminetto con tanto di focolare) ad accogliere la gente per la veglia. In alcune case si faceva il formaggio, si beveva il siero; si facevano le mondine (caldarroste) o si preparava una deliziosa bevanda calda, salutare a base di frutta secca (fette di mele, fichi, prugne, qualche bacca di ginepro). Le donne anziane lavoravano a maglia, incrociando sui ferri trame con lana di pecora con una maestria inverosimile: calzini, sciarpe, guanti, maglie si producevano in quantitativi industriali. Poi toccava a noi bambini godere di quei capi. Passi per le calze, le sciarpe e i guanti, ma le maglie che andavano a contatto della pelle…un pizzicore! Ma facevano veramente un bel caldo.

Paolo2 seppiata
Il puntapiatticatinelle
Di questo emblematico artigiano abbiamo fatto cenno nella precedente puntata del nostro racconto, alla cui lettura rimandiamo.

Il racconto è tratto, per gentile concessione dell’autore, da
‘’’na besàza de patèla”
Montemarcello nella storia e nella tradizione

di Paolo Poggi
(II ediz. 2011- 153 pag, € 19)
(il volume è acquistabile a Montemarcello, presso Bar Cervia e presso negozio-bar Zia Coty)

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