C’era una volta a Montemarcello: i podisti e i ciclisti

Torniamo ‘qualche’ anno indietro, fine anni ’20 – primi ’30 del secolo scorso. E’ in quegli anni che, molti montemarcellesi iniziano un lavoro diverso da quello tradizionale dei naviganti o dei contadini: si sta formando il nucleo degli ‘operai’, dei lavoratori dell’industria. Nel vicino capoluogo, La Spezia, alcuni decenni prima erano sorte alcune importanti industrie: prima Pertusola (1857), poi l’Arsenale Militare (1869) e, alcuni anni dopo il cantiere di Muggiano (1886).


A Montemarcello si forma il nucleo dei ‘pendolari’. La sveglia è all’alba, il mattino presto (in inverno è ancora buio) partenza a piedi per Lerici, previo scavalcamento del monte (via Campolungo) sino a Zanego, da qui proseguimento per la Serra, discesa via Carpaneda (una mulattiera che ancora oggi, ben asfaltata e scalinata, è assai battuta) sino a Lerici e qui giunti, imbarco sul vaporetto sino alla meta. Ogni giorno, tutti i giorni e la sera, stessa litania per il ritorno a casa. Incredibile!
Esiste anche un servizio (primordiale) di autobus; un amegliese, Perugna, ne possiede un paio (ho cercato inutilmente una foto di uno di questi ‘veicoli’). Con una di queste sgangheratissime corriere (che, peraltro, non tutti i giorni parte da Montemarcello, ma bisogna raggiungere Ameglia), magari con due o tre trasbordi, si riesce ad arrivare a Sarzana e a La Spezia. Per cui, negli anni precedenti l’ultimo conflitto (anni 1940) ed in quelli immediatamente successivi erano ancora parecchi gli operai del Cantiere e dell’Arsenale di Montemarcello che andavano a La Spezia a piedi. Una parte di questi ‘podisti’, soprattutto i più giovani, le nuove leve, si trasformerà ben presto in ‘ciclisti’.
Un ricordo personale (direi anno ’44). Ad un mio parente (Ettore), che andava a lavorare al cantiere di Muggiano in bici, giunto al Romito Magra, un giorno, una pattuglia di tedeschi sequestra il mezzo. Guaio grosso, per il malcapitato giovanotto privato del suo veicolo, per come andare a lavorare. Fatto sta che un paio di giorni dopo, chi incontra nello stesso punto ove era stato ‘scippato’? Un tedesco che proponeva al migliore offerente una bicicletta. Inutile aggiungere che fu lui a ricomprare la ‘sua’ due ruote.
A proposito dei ‘podisti’ nominati dianzi e della potenza motoria degli arti inferiori di noi montemarcellesi, ritengo opportuno far presente come questa fosse sviluppata in noi sin dall’infanzia. Giova, all’uopo, ricordare come, in quei tempi, in paese la frequentazione scolastica si fermasse alla terza elementare. Una maestra (la nostra grande, indimenticabile Felicita Rolla Domenichini) in due turni (a volte uno solo) faceva insegnamento ad una ventina di alunni, forse qualcuno di più. Per la quarta e quinta classe ci si doveva spostare alla scuola del capoluogo, Ameglia. Come ci si spostava sui cinque km di strada sterrata? Con le nostre zampette! Avevamo 8, 9 anni, uno o due di più i numerosi ripetenti (la scuola in quegli anni ed in paesi come il mio era per molti un’’optional’, non dimentichiamolo).
Dieci chilometri al giorno!
Cinque all’andata e cinque al ritorno!
Non c’è un canto che più o meno recita così?
Si partiva il mattino presto, incuranti del freddo e della pioggia, intabarrati in genere in un pesante pastrano (sostituito da un bel mantellone di tela cerata nei giorni di pioggia). Guanti di lana di pecora (come i cal-zettoni e la sciarpa), una cartella a tracolla (gli zainetti della Giada e della Francesca erano di là da venire!).
Nelle giornate di gelo, il mattino prima di uscire di casa, la mia nonna mi consegnava due belle, lisce e tonde ghiaie di fiume, della grossezza di un uovo, che aveva riscaldato sul piano della stufa. Le tenevo ben strette tra le palme delle mani affondate nelle tasche del pastrano. Poi, camminando ci si scaldava e le ‘uova calde’ non servivano più.
Alcune volte, colti da un violento acquazzone, ci si riparava sotto un ponte (quelli sotto la strada, ce n’erano parecchi facilmente accessibili) ed attendevamo che la bufera cessasse. Un giorno ricordo che successe un fatto curioso. Di ritorno da scuola, colti da un violento temporale, riparammo sotto uno di questi ponti (il ponte scuo, tuttora in essere, che è sito un paio di curve dopo rispetto a dove si trova oggi il Ristorante Belvedere). La tempesta non accennava a cessare, il tempo passava. Ne passò molto, tanto che i nostri familiari si impensierirono, nel non vederci arrivare. Per cui organizzarono una spedizione di soccorso. Muniti di ombrelli ed impermeabili (in ceratina, lo ricordo), si incamminarono verso Ameglia: ci avrebbero incontrati ed assistiti. Cosa successe? Che, senza sentirci ed avvertire la nostra presenza, passarono sopra il ponte e proseguirono.. sino ad Ameglia, ovviamente non trovandoci. Alle prime case del paese seppero che, circa un’ora prima la frotta allegra e chiassosa degli scolari montemarcellesi era passata e stava tornando a casa. Quando mio nonno (che faceva parte della spedizione) rientrò in casa, io avevo già fatto fuori una piatto di fumante, gustoso minestrone.
Sempre nelle giornate di freddo, lungo la strada raccoglievamo ceppi di legna che portavamo a scuola per alimentare una puzzolente e fumosa stufa. Mica la portavano quelli del paese la legna, o la serviva l’amministrazione comunale. No, erano quelli di Montemarcello, quelli che arrivavano più da lontano, a rifor-nirla.
Una volta almeno la settimana, e a volte anche due, il nonno partiva col suo calessino e, allora, la mattina, io ed un’altra ragazzina (una cugina, la Tini) a cassetta accanto al nonno, gli altri all’assalto del fondo del birroccio per depositarvi le cartelle, gli ombrelli e poi, di corsa, almeno per un primo pezzo di strada, dietro al rumoroso veicolo, vociando, spintonandosi. Una scena!

l racconto è tratto, per gentile concessione dell’autore, da
‘’’na besàza de patèla”
Montemarcello nella storia e nella tradizione’
di Paolo Poggi
(II ediz. 2011, 153 pag,, € 19)
(il volume è acquistabile a Montemarcello, presso Bar Cervia e presso negozio-bar Zia Coty)

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