Le piante: miti e leggende

Filemone e Bauci

In questa nuova rubrica sul nostro blog, riteniamo che una pubblicazione spetti di diritto ad una tra le più belle e commoventi leggende di ogni tempo narrate dagli antichi grandi Autori, quella di Filemone e Bauci. Questa leggenda, già di per se importante vista la fonte (è narrata da Ovidio – 43 a.C.- 18 d.C.- nel libro VIII delle Metamorfosi), è stata in seguito oggetto di attenzione di numerosi altri grandi autori quali La Fontaine, Monti, Goethe in loro poemetti e di raffigurazioni di grandi pittori quali Rubens, Elsheimer, Loth ed altri.
Nella nostra rappresentazione ci rifaremo direttamente al testo del Maestro latino.grande

‘.,..Iuppiter huc specie mortali cumque parente
venit Atlantiades positis caducifer alis,
mille domos autiere locum requiemque petentes,
mille domos clausure serae…’
Zeus ed Hermes, sotto sembianze umane e dimessamente vestiti, stanno vagando attraverso la Frigia, bussano a mille porte, domandando ospitalità e ovunque viene loro negata l’accoglienza.

‘…tamen una recepit, parva quidam, stipuli set canna
tecta palustri; sed pia Baucis anus parilique aetate
Philemon illa sunt annis iuncti iuvenalibus,
illa consenuere casa…’
Una sola casa infine li accoglie, piccola, il tetto coperto di paglia e di canne palustri. In essa, uniti sin dalla giovinezza vivono Bauci, una pia vecchietta ed il consorte Filemone, della stessa età, che in quella casetta sono invecchiati.

..Ergo ubi caelicolae parvos tetigere penates
summisoque humile intrarunt vertice postes,
membra senex posito iussit relevare sedili,
quo super iniecit textum rude sedula Baucis
inque foco tepidum cinerem dimovit
et ignis suscitat ..’

Quando i due abitanti del cielo arrivano alla piccola casa ed entrano abbassando il capo causa la piccola porta, il vecchio li invita a sedere accostando una panca, sulla quale Bauci stende un rozzo telo e rimuove la cenere tiepida del focolare per riattizzare il fuoco.
Il racconto prosegue: Bauci alimenta il fuoco con rami secchi quindi, aiutata dal marito prepara una frugale cena ai due ospiti, con quel poco che hanno, ortaggi, olive nere, latte cagliato ed una spalla di maiale affumicata che l’uomo stacca da una trave annerita. Le stoviglie sono di terracotta. Alla fine del pasto ecco noci e fichi secchi, datteri grinzosi e prugne.

‘…interea medias fallunt sermonibus horas..’
Intanto ingannano il tempo conversando e fanno in modo che l’attesa non pesi.

Poi, in un catino che riempiono di acqua scaldata al fuoco, lavano i piedi ai due ospiti celesti per ristorarli, quindi preparano loro un misero letto, con un materasso di morbide alghe palustri e lo ricoprono con una coperta consunta, che erano soliti usare nei giorni di festa.
Alla fine, commossi dalla bontà d’animo, dalla cordialità e dalla sincera accoglienza dei due vecchi, gli dei rivelano la loro natura celeste. Annunciano inoltre che gli empi che non hanno loro concesso ospitalità saranno puniti (gli abitanti dell’Olimpo, lo hanno sempre dimostrato, erano assai permalosi e vendicativi!). ‘Ma voi sarete immuni da questi mali’ – aggiungono – lasciate la vostra casa e seguiteci in cima al monte’:
‘… vobis immunibus huius esse mali dabitur;
modo vostra delinquite tecta ac nostro comitate gradus
et in ardua monti site simul..’

Filemone e Bauci, appoggiandosi sul bastone, seguono i due celesti sino in cima all’erto monte. Qui giunti, rivolgendo lo sguardo verso il basso, vedono che tutte le case nella pianura sottostante sono state sommerse dall’acqua, tranne la loro:
‘… tantum aberant summo quantum semel ira sagitta missa postes;
flexere oculos et mersa palude cetera prospiciunt,
tantum sua tecta manere…’

Ad un certo punto anche la loro casa sembra crollare, sparire nella palude, invece si trasforma in un tempio.
Zeus invita loro a tornare alla loro casa, ora tempio, di cui saranno i custodi e, in compenso della loro bontà d’animo palesemente dimostrata con l’accoglienza a loro riservata chiedono cosa desiderano come ricompensa:
‘…diciate, iuste senex et femina coniuge
iusto digna quid optetis..’

Dopo un breve consulto col marito, Bauci esprime agli Dei il loro più vivo desiderio: ‘Siamo sempre vissuti assieme, amandoci, per tanti anni, da giovanetti sino alla vecchiaia, fateci morire assieme, che io non veda la sepoltura di mio marito, che lui non veda la mia’:
‘…quondam concordes egimus annos,
bufera hora duos eadem ne coniugis;
umquam busta mea videam, neu sim tumulandus ab illa..’

Come finisce la storia di Filemone e Bauci? Finché vissero custodirono il tempio, quindi, consunti dall’età, stavano in attesa della loro dipartita. Un giorno Bauci vide il marito che, lentamente stava trasformandosi in un albero, vedeva la corteccia che lo avvolgeva, i rami che si formavano, le foglie che si sviluppavano su questi. Ne sortì una forte quercia. Altrettanto vide Filemone, anche lui vide la consorte trasformarsi in una pianta, un tenero tiglio.

E per fugare ogni dubbio – finisce il narratore – vi dico che sui colli di Frigia c’è una quercia, vicina ad un tiglio, circondati da un muro; io stesso ho visto quel luogo:
‘…Quoque minus dubites,
tiliae contermina quercus collibus est Phrygiis,
modico circumadata muros, ipse locum vidit..’

Da quel giorno, in ricordo di questa delicata storia d’amore, la quercia rappresenta la forza ed il fiore del tiglio è diventato il simbolo dell’amore coniugale.

Illustrazione di Laura Poggi

Paolo Poggi
Laureato in Chimica Industriale e Pubblicista
Collabora a Riviste Tecnico-Scentifiche nel settore della Fitocosmesi e
Fitoterapia

 

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